Disegnare multiversi
Servono dei superpoteri per farlo?
Di superpoteri, intelligenze artificiali ed interiori, di futuri e mappe che sembrano libri, ne abbiamo parlato insieme a Alberto Monteverdi all’interno del programma del Festival della Lentezza, un luogo e una postura di idee, suggestioni ed esperienze: www.lentezza.org
Quasi tutti quelli che parlano di IA come di una “rivoluzione industriale”, scrive Brian Merchant, “hanno qualcosa da vendere, e di solito quel qualcosa è legato all’idea che IA sia inevitabile e che dobbiamo tutti abituarci alla delega cognitiva, all’aumento della sorveglianza e alle crescenti esigenze di produttività che tale accettazione comporta”.
Sempre più le persone più giovani e quelle più fragili riconoscono in IA “un’estensione di un sistema già iniquo e come un acceleratore di tale disuguaglianza”.
Siamo in tanti ma ancora troppo pochi, che crediamo che proprio da questa consapevolezza possa nascere una visione diversa: un futuro in cui la tecnologia non sia accettata passivamente, ma guidata da valori umani, equità e responsabilità.
“Chi stiamo diventando mentre usiamo tutte queste intelligenze?”
IA vista da lontano appare come un super potere. Ti permette di fare cose che da solo ti richiederebbero tempo che non hai, o che proprio non sapresti fare. Scrivere, disegnare, fare ricerche, risolvere problemi. È come avere un’identità segreta, o meglio un’identità aumentata, con la quale presentarsi in pubblico, diverso da ciò che sei veramente.
Ma quelle sono intelligenze a mercato, mentre noi non dobbiamo mai dimenticare quelle interiori, che ci descrivono e che ci danno superpoteri intimi.
Il potere di Essere, per restare centrato e consapevole mentre il mondo accelera oltre ogni precedente esperienza. Il potere di Pensare, per vedere i sistemi nella loro interezza e comprendere così le conseguenze profonde di ciò che accade intorno a noi. Il potere di Relazionarsi, per costruire un rapporto di reale fiducia tra persone, organizzazioni e tecnologie intelligenti. Il potere di Co-progettare, con cui umani e tecnologie imparano a lavorare insieme invece di competere. E infine il potere di Agire, trasformando visioni evolutive in decisioni concrete dentro imprese, istituzioni e comunità.
Non si vedono, ma quando li esercitiamo cambia tutto e il mondo ti vede per quello che sei. La capacità di essere presenti. Di osservare cercando di comprendere le strutture e non semplicemente di reagire agli eventi. Di ascoltare per davvero.
IA aumenta quello che il design definisce making, mentre l’intelligenza interiore amplifica la capacità definita sense. La prima produce quantità, la seconda qualità. Abbiamo bisogno del più o del meglio?
In quanto persone noi abbiamo la responsabilità di dare un senso al fare.
“Da grandi poteri nascono grandi responsabilità” è il manifesto del super potere per definizione, è il mantra di Spiderman che ci insegna che gli strumenti di potere, come sono talento, conoscenza, tecnologia, leadership, non sono mai neutri. Più aumenta ciò che puoi fare, più cresce l’impatto delle tue azioni sugli altri e sul mondo.
E quindi cresce anche la responsabilità di usarli in modo consapevole: il potere amplia le possibilità, la responsabilità ne orienta l’uso.
Questo significa fare sense making: dare un senso a ciò che fai
IA amplifica: ci rende bulimici, estende la nostra capacità di calcolo, di connessione, di generazione di idee. Ma non può dirti quale vale la pena seguire. Il rischio non è che l’intelligenza artificiale diventi troppo intelligente. Il rischio è che noi smettiamo di esserlo abbastanza: si chiama deprivazione delle competenze. Ed è un problema serio.
L’intelligenza interiore orienta: è molto più di una voce “intuitiva”. È la connessione tra consapevolezza, memoria, etica personale e capacità riflessiva, alla costante ricerca di un perché. È ciò che tiene insieme identità e cambiamento, che permette di restare centrati mentre tutto accelera. Coltivarla significa allenare attenzione, autoconsapevolezza, capacità di stare nell’incertezza senza reagire in modo condizionato.
Quando IA accelera, serve presenza. Una presenza piena, incarnata, che non è solo “starci dentro” ma accorgersi di come stiamo interpretando ciò che accade. Qui entra in gioco il sense making, che non è semplicemente “dare senso”, ma costruirlo attivamente, con intenzione.
È un processo continuo in cui selezioniamo ciò che conta, lo colleghiamo a ciò che già sappiamo e lo traduciamo in significato operativo. In un mondo saturo di dati, il valore sta nell’informazione estratta e organizzata in narrazioni coerenti e utili, che danno la direzione. Tutto molto umano.
“Il sense making è ciò che trova nel rumore una melodia”
Senza responsabilità, il potere rischia di diventare arbitrio, superficialità o persino danno. Con la responsabilità, invece, il potere diventa cura, scelta e direzione. Non siamo responsabili solo di ciò che facciamo, ma anche di ciò che potremmo fare e scegliamo di non fare.
Recupero un ricordo di studi classici che in realtà non ho mai fatto: la parola “responsabilità” nasce da “spondeo”, verbo latino che indica l’atto solenne del promettere e del garantire: uno scambio libero, consapevole, assunto davanti ad altri.
Il futuro sarà certamente facilitato dall’intelligenza artificiale. Ma avrà bisogno, più che mai, della presenza d’intelligenza umana. Per agire insieme, non per competere ma per fare scelte migliori.
IA non è il futuro, ma un cambiamento che del futuro può modificare la traiettoria.
È il gesto che ne segna l’inizio e che ci pone nell’incertezza, chiedendo agilità. Se saremo molto agili non lo subiremo ma ne faremo l’opportunità per un processo trasformativo, radicale e prospero. Se saremo poco agili lo subiremo e non potremo far altro che organizzarci, proteggendo la nostra identità, al prezzo della mera sopravvivenza, saremo resilienti.
La resilienza è la capacità di superare le difficoltà nel momento, senza cambiare nella propria essenza, per resistere e rimanere saldi di fronte alle tempeste della vita. In attesa che passino.
Consapevoli che finita una battaglia ce ne sarà un’altra e poi un’altra e un’altra ancora: la forza della resilienza è nell’adattare ciò che già esiste, facendo di tutto per conservare lo status quo, personale in primis.
L’evoluzione è trasformarsi per essere adatti ad un cambiamento definitivo, non ad un rischio temporaneo, ma al CAOS, il cui significato originale è apertura o vuoto… qualcosa da attraversare e da colmare… e forse non è una coincidenza che CASO sia l’anagramma di CAOS.
Le stesse lettere. Un significato completamente diverso.
Il CAOS appare quando osserviamo la realtà da una prospettiva frammentata. Il CASO emerge quando riconosciamo che dietro ciò che sembra disordine esiste un disegno più ampio che ancora non siamo in grado di vedere.
Forse ciò che oggi percepiamo come caos tecnologico, sociale e culturale non è altro che una fase di transizione. Un momento di riordino profondo. Un invito collettivo a sviluppare una nuova forma di intelligenza.
L’evoluzione è la capacità di trasformarsi radicalmente, lasciando ciò che non serve, anche a costo di perdere una parte o il tutto di sé stessi.
Una società evoluta non vuole semplicemente resistere o piegarsi agli eventi ma accetta di cambiare completamente per affrontarli. Non si tratta solo di sopravvivere agli ostacoli, ma di diventare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, accettando la propria nuova natura e rendersi più adatti alle nuove circostanze, di fatto imbattibile.
L’evoluzione è una trasformazione essenziale, è il passaggio da una condizione all’altra, da una vecchia versione di sé stessi a una nuova. In questo processo non si resiste semplicemente ai colpi ricevuti, ma si abbraccia il cambiamento, si accetta di essere qualcosa di diverso.
Sia la resilienza che l’evoluzione sono fondamentali per affrontare le sfide della vita.
Ci sono momenti e circostanze in cui dobbiamo essere resistenti, attivi, in grado di difenderci rimanendo chi siamo, per darci il tempo di capire cosa diavolo succede. Ci sono poi momenti e circostanze in cui dobbiamo accettare un cambiamento radicale e profondo per trasformarci completamente, perché alcune sfide richiedono una versione di noi che ancora non conosciamo.
A questo servono le intelligenze interiori, proteggono e trasformano la nostra identità, permettendoci di farne il nostro super potere: per capire prima e trasformarci poi.
Quale futuro stiamo rendendo possibile? A chi importa di questo futuro a cui stiamo lavorando? Per questa ragione ho immaginato e scritto INFUTURARSI.
INFUTURARSI è un neologismo usato da Dante Alighieri nella Divina Commedia, e non ha un significato comune nel linguaggio moderno. È una parola costruita (IN + ARSI) per rendere un’esperienza che il linguaggio normale non riusciva a esprimere.
INFUTURARSI significa letteralmente “proiettarsi nel futuro”, indica l’idea che la mente umana possa essere attraversata da una conoscenza che anticipa il tempo che verrà, come se il futuro fosse già presente nello sguardo di chi osserva da una prospettiva più alta, più ampia.
Il futuro non è solo ciò che “verrà dopo” ma qualcosa che può essere abitato dalle coscienze già nel presente, come una forma di allucinazione visionaria: essere capaci di lasciarsi trasformare da una visione del futuro che già agisce sul presente.
Potremmo dirla così: INFUTURARSI è il momento in cui una visione è così forte da cambiare il modo in cui viviamo il presente, prima ancora che ciò che immaginiamo diventi futuro.
INFUTURARSI non significa controllare ciò che verrà. Significa assumersi la responsabilità di progettare il proprio ruolo dentro ciò che verrà. Significa scegliere consapevolmente come usare i propri “superpoteri” progettuali: per difendere, per evolvere, per generare valore condiviso. Per curare.
In un tempo in cui il cambiamento non è più un evento straordinario ma una condizione permanente di caos, la vera differenza non la fa chi ha più risorse, ma chi ha più consapevolezza. Chi sa integrare resilienza, evoluzione e responsabilità dentro una visione empatica del futuro.
Cos’è INFUTURARSI se non un super potere?
Forse i supereroi non esistono.
Ma persone capaci di trasformarsi con empatia, sì.



